Per dire NO all’uso del (combustibile derivato dai rifiuti) come combustibile nei cementifici basterebbe considerare che la legislazione USA obbliga i cementieri a indicare sul contenitore se il , in esso contenuto, deriva o no dallo smaltimento di rifiuti.


Infatti, il ottenuto con il co-incenerimento di e combustibile fossile, diventa pericoloso per la salute a causa dei rilasci dei manufatti con esso realizzati (vedasi il caso del cromo esavalente nel sangue dei lavoratori del tunnel della Manica).





Inoltre, i cementifici hanno limiti di concentrazioni di inquinanti, autorizzati allo scarico in atmosfera, superiori rispetto agli inceneritori pur avendo un flusso di emissioni maggiore.




Alle associazioni , , Isola Pulita, Rifiuti Zero Palermo e basta  quanto sopra per dichiararsi assolutamente contrarie a ogni forma di co-incenerimento, anche temporaneo.




Al posto della combustione del si propongono i trattamenti a freddo, come TMB o la produzione di sabbia sintetica tipo Vedelago, realizzando così, senza inquinare e senza effetto serra, recupero di materia o non di energia.




Dietro l’angolo ci sono i cementieri di Isola delle Femmine, Porto Empedocle, Ragusa, Catania e di Priolo, che aspettano l’autorizzazione del co-incenerimento del : questo non lo permetteremo e ci opporremo con ogni mezzo democratico contro il tentativo di bruciare nei cementifici.


Caricato da isolapulita. - I nuovi video di oggi.

Altro elemento di distorsione nel funzionamento delle società d'ambito concerne la frequente e pressoché sistematica elusione delle regole di evidenza pubblica nella scelta delle imprese cui affidare i lavori, imprese spesso prive dei necessari requisiti di professionalità, caratterizzate da assunzioni clientelari, che in molti casi, come accertato dalla Commissione, hanno riguardato individui con pregiudizi penali, o legati da rapporti di parentela con soggetti pregiudicati.Le criticità di ordine economico finanziario degli ATO hanno quindi avuto ricadute gravissime nella gestione del ciclo dei rifiuti nella regione siciliana, contribuendo a determinare situazioni di altrettanto grave pregiudizio per la salubrità dell'ambiente e, quindi, la salute dei cittadini.
Relazione Commissione Parlamentare sui Rifiuti in Sicilia 6/10/10





venerdì 25 luglio 2014

REZZATO E BUGIE: REPORT SUL PERCORSO CHE HA PORTATO ALL'AMPLIAMENTO DEL CEMENTIFICIO ITALCEMENTI

REZZATO E BUGIE: REPORT SUL PERCORSO CHE HA PORTATO ALL'AMPLIAMENTO DEL CEMENTIFICIO ITALCEMENTI


italcementi rezzato

Come può una multinazionale del cemento imporsi su un territorio fino a saturarlo di nocività e poi riuscire a farsi approvare un progetto di ampliamento? Basta fingere di INVESTIRE in un settore saturo, elogiare la propria attenzione all’ambiente, nascondersi dietro lo spauracchio dell’offerta di posti di lavoro, offrire oneri in cambio di malattie e saccheggio delle risorse.
LA STORIA
La cementeria della multinazionale Italcementi sorge in zona est dell’hinterland di Brescia, a cavallo fra i comuni di Rezzato e Mazzano su una superficie di 20 ettari, in un contesto abitativo diffuso di circa 25.000 abitanti ed una densità d’insediamenti industriali, artigianali, commerciali, agricoli e del terziario fra i più alti della provincia di Brescia.
La zona è attraversata da numerose ed importanti arterie che con oltre 6.000.000 veicoli in transito all’anno è una delle arterie a maggior traffico della Provincia di Brescia.
L’insediamento ha quasi mezzo secolo ed ha costituito il primo esempio, di sfruttamento intensivo su scala industriale dei giacimenti di carbonato di calcio del sovrastante monte Marguzzo.
Le cementerie sono fra le maggiori industrie che emettono anidride carbonica in atmosfera,le emissioni attuali di CO2 dell’impianto di Mazzano –Rezzato sono quantificate fra 850.000 e 900.000 t/a.
Vengono utilizzati oltre ai combustibili fossili tradizionali altre fonti che vanno dai copertoni ai solventi agli oli esausti al pet-koc alle farine e oli di origini animali ecc.
Nel 2006 a seguito della richiesta della soc. Italcementi di ampliare la cementeria e potenziare la produzione, da 2300 a 4000 t/g per il cemento grigio, avviata nel 2005 con la presentazione alla Regione Lombardia di uno Studio d’impatto ambientale, le Amministrazioni dei Comuni di Rezzato e Mazzano hanno commissionato congiuntamente una indagine sulla qualità dell’aria, ed una sugli aspetti epidemiologici ed igienico-sanitari connessi con l’attività della Cementeria Italcementi.
I risultati presentati fanno risalire alla sola attività della cementeria un peso inquinante del 70%
dell’inquinamento totale della zona, per essere sostenibile non dovrebbe superare 1%.
Il documento di sintesi dell’indagine riferisce che per quasi la metà del tempo la qualità dell’aria si trova in categorie mediocri o non salubri, in particolare per il 10% del tempo (circa 35/g all’anno) si ha una situazione molto insalubre con effetti immediati e diretti sulla salute dei cittadini al punto da sconsigliare di uscire, di limitare la permanenza all’aria aperta e di evitare l’attività fisica specialmente durante i mesi estivi.
Il progetto d’ampliamento e potenziamento della produzione da 2.300 t/g a 4.000 t/g proposto dalla soc.Italcementi nel 2005,prevede in una prima ipotesi di estendere la superficie di 200.000 mq attualmente occupata, a sud del naviglio grande e della pista ciclabile che lo delimita.
In questa ipotesi si avrebbe un consumo di territorio agricolo di pregio di ulteriori 100.000mq. e sia il Naviglio Grande che la pista ciclabile verrebbero inglobati dentro la cementeria.
Una seconda ipotesi prevede il potenziamento dell’impianto all’interno dell’attuale area industriale con il potenziamento di produzione a 4.000 t/g per il cemento grigio.
Contro lo SIA(studio impatto ambientale) relativo alle due proposte si sono espresse le Amministrazioni Comunali di Rezzato e Mazzano su cui ricade l’insediamento, tutti i comuni circostanti (Nuvolera , Nuvolento, Paitone, Botticino, Prevalle, Serle, Castenedolo), la provincia di Brescia, ed Il Coordinamento dei comitati ambientali di Brescia Est, oltre che altri innumerevoli gruppi e soggetti rappresentanti la società civile raccogliendo tra la popolazione 5000 firme.
Nel mese di ottobre 2006 la società, con una lettera inviata alle amm. Comunali dei due comuni
su cui ricade l’impianto, propone una terza ipotesi, che prevede di spostare sia la Pista Ciclabile
che il Naviglio Grande verso sud per evitare che questi vengano inglobati dentro la cementeria,
lascia inalterate le richieste precedenti d’ampliamento dell’area e potenziamento della
produzione e propone una cooperazione con l’ASM di Brescia per installare un sistema di
cogenerazione di energia elettrica e calore, quest’ultimo, da distribuire sotto forma di
teleriscaldamento nei comuni di Rezzato e Mazzano.
In questa ipotesi che per fortuna è stata rigettata dalle Amm. Comunali, vi sarebbe la creazione di un ecomostro che concentra in un solo impianto una cementeria, un inceneritore una centrale elettrica ed una centrale termica con effetti nel breve ,medio e lungo termine devastanti per la salute e per l’ambiente.
Al 3 febbraio2011, la centralina di rilevamento delle pm10 a Rezzato tocca il livello di 154 mg per metro cubo, più del doppio del livello d’allarme. Un dato inquietante che pone i comuni di Rezzato e Mazzano al livello delle grandi e caotiche capitali dei paesi in via di sviluppo per quanto riguarda la qualità dell’aria che respiriamo. Un dato che spaventa vista la forte presenza di patologie respiratorie nella zona, tra le prime in Europa. Un dato che getta delle pesanti ombre sul futuro di questo territorio, già martoriato in questi anni da una feroce urbanizzazione che ha drasticamente ridotto la superficie di suolo boschivo, agricolo e di spazio “libero”, dal passaggio di alcune delle grandi arterie del traffico bresciano (statali, tangenziali e autostrada) e dall’alta concentrazione di attività produttive ed estrattive tra le quali svetta il complesso del gruppo Italcementi e la relativa cava che sta ingoiando i monti retrostanti.
Ed è proprio l’accordo di dicembre 2010 tra il gruppo Italcementi e le amministrazioni comunali di Rezzato e Mazzano a pesare come un macigno. Successivamente alla bocciatura della proposta di Italcementi ad ampliare la propria metratura, ingoiando una parte di suolo agricolo e la pista ciclabile Gavardina, ci troviamo oggi in una situazione altrettanto grave.
Certo non si avrà un ampliamento di superficie, ma la produttività aumenterà comunque a 2600 ton/die grazie al nuovo camino. Gli studi di Italcementi sull’abbattimento delle emissioni sono limitati alle polveri sottili, ma sappiamo benissimo che l’impatto ambientale dell’impianto ha molte altre problematiche. Le cementerie sono fra le maggiori industrie che emettono anidride carbonica in atmosfera,le emissioni attuali di CO2 dell’impianto di Mazzano –Rezzato sono quantificate fra 850.000 e 900.000 t/a.(con buona pace del protocollo di Kyoto).
Vengono utilizzati oltre ai combustibili fossili tradizionali altre fonti che vanno dai copertoni, ai solventi, agli oli esausti, al pet-koc, alle farine animali, tutti combustibili di pericolosità superiore a quelli bruciati in un inceneritore, oltre che allo stesso cdr(rifiuti urbani).
L’indagine sulle emissioni, si è limitata per ragioni di costo(o convenienza?), solo ai livelli di polveri sottili. Non sono state tenuti in considerazione infatti residui di combustione quali metalli pesanti, Arsenico, Cadmio, Cromo, Rame, Piombo, Mercurio, Nichel e diossine, tutte sostanze che hanno a che fare con la produzione di cemento, come confermano dati scientifici resi noti dall’Agenzia per la Protezione Ambiente americana.
L’AMPLIAMENTO  ITALCEMENTI è INUTILE E NON PRODUCE LAVORO
Non c’è da meravigliarsi quando una multinazionale propone un investimento, c’è solo da domandarsi su cosa taglierà e chi ne pagherà le conseguenze.
Guardiamo oltre alla nostra provincia, la crisi incalza, la richiesta di materiali per l’edilizia è ferma, il calo della vendita di cemento  2006/2011 è stato del 29,6%, gli stessi stabilimenti di italcementi chiudono ovunque, questo è il loro risparmio, concentrare  il lavoro in un unico sito per tagliare le spese logistiche e i salari.
Sassari, 31 ottobre 2010 è la data ufficiale di cessazione dell’attività del cementificio di Scala di Giocca, 31 i dipendenti licenziati e numerose ditte dell’indotto messe in ginocchio.
Chiudono  nel giugno 2012 lo stabilimento di Porto Empedocle(Agrigento) e Vibo Valentia, 176 lavoratori licenziati.
Nel Dicembre 2012 Italcementi chiude la produzione da Monselice PD, con l’indotto 200 persone rimarranno senza lavoro, il tutto dopo il no della cittadinanza al progetto di revamping che ora attueranno a Rezzato.
Complessivamente dati alla mano, da dicembre 2012 sarà cassa  integrazione straordinaria per 665 dipendenti dell’Italcementi, precisamente 423 negli impianti produttivi, 205 nelle sedi di Bergamo e Roma, 37 nella rete vendita.
Nello stabilimento di Rezzato il revamping non produrrà nuovi posti di lavoro, i dipendenti sono attualmente 128, un numero irrisorio se paragonato al fatturato del gruppo e se si considera la popolazione in età da lavoro tra Rezzato e Mazzano, in prospettiva poi all’età pensionabile sempre più elevata. Non ci saranno quindi nuove assunzioni di giovani.
QUALE ATTENZIONE ALL’AMBIENTE?
Novembre 2007 ad Isola delle Femmine (Palermo) dopo numero denunce il Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio attiva il Comando dei Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente per assumere tutte le informazioni disponibili relativamente alla ex cava Raffo Rosso, utilizzata come sversatoio a cielo aperto del pet-coke, e più in generale di emissioni nocive riguardanti questo agente molto dannoso per la salute e l’ambiente oltre che  la licenza Edilizia concessa il 2001 risulta essere illegittima in quanto l’area era destinata a “VERDE AGRICOLO” zona “E” come recita il Piano Regolatore Generale di zona.
Novembre 2011 città di Modugno e il confinante territorio di Bitetto. L’area occupata dalla ex Italcementi, stabilimento chiuso definitivamente nel 2006, è oggetto da anni di interventi di demolizione e bonifica per la restituzione dell’area  alla collettività.  All’interno del cantiere sono stati trovati manufatti in amianto in via di friabilizzazione, non segnalati nemmeno agli operatori che lavorano senza protezione per le vie respiratorie e dpi. L’azienda sostiene infatti che la demolizione concerne solo manufatti in cemento, contrariamente a quanto riscontrato dalle rilevazioni dell’Arpa Puglia e una recente sentenza del Tar Puglia sulla questione .
Ottobre 2012 Colleferro come Taranto? Nel paese in provincia di Roma i carabinieri del Noe, il Nucleo Operativo Ecologico, hanno sequestrato una parte dello stabilimento Italcementi per violazione delle norme che regolano le emissioni nocive. Sono stati controllate le emissioni dei camini e 14 su trenta sono risultati fuori legge  le eccessive emissioni, per mancati monitoraggi e per discordanti dichiarazioni fornite dall’azienda per il rilascio dell’Aia, sul posizionamento dei rilevatori di emissioni .
CEMENTIFICI O INCENERITORI ?
Rezzato e Colleferro sono due impianti molto simili, il primo addirittura del 1968 mentre il secondo del 1976.
Non ci si capacita di come un impianto così datato come Rezzato riesca ad ottenere nel 2004 la certificazione ambientale Iso14001, mentre l’altro pochi anni dopo viene sequestrato per le emissioni.
Resta il fatto che a Rezzato l’azienda come riscontrato da studi commissionati dalle amministrazioni ha un peso inquinante sulla qualità dell’aria del 70%, anche riducendo le proprie generiche emissioni di polveri sottili del 22%(come dichiarato da Italcementi) rimarrebbe a pesare del 54,6% sul totale degli inquinanti, stiamo parlando di una proiezione ipotetica fornita da Italcementi, il 2018.
Sappiamo però che il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha annunciato che entro il 30 aprile 2013 arriverà il decreto che farà uscire i Css(combustibili solidi secondari) dalla gestione dei rifiuti e ne stabilirà l’impiego nei processi industriali e in particolare nel settore del cemento, questo significa che l’attuale studio di Italcementi sull’abbattimento delle emissioni non sarà più valido, perché varierà il combustibile utilizzato e quindi la tipologia di filtro da utilizzare.
Utilizzare i rifiuti non è solo più conveniente rispetto al carbone, ma è anche una fonte di guadagno, perché i cementifici, attualmente, vengono retribuiti dagli smaltitori di solventi o di RSU, i quali trasferiscono i costi sui soggetti produttori di rifiuti. Anche questi ultimi ottengono un beneficio economico destinando i propri residui ai cementifici.
Sebbene non sia facile calcolare i costi, sembra che lo smaltimento di una tonnellata di rifiuti in un inceneritore specializzato costi fino a sei volte di più rispetto ad un cementificio.
Se anche in Italia i cementifici otterranno il permesso permanente a bruciare questi tipi di “combustibili”, le miscele risulteranno sempre più ricche di rifiuti, visto che a una maggiore quantità di rifiuti corrisponde un maggior profitto per chi si occupa del business  dei combustibili fatti con le materie di scarto. In numerosi paesi europei e negli USA, molti forni bruciano rifiuti con un potere calorico assai esiguo e funzionano quasi esclusivamente come impianto di smaltimento.
Se in questa totale deregulation si arriverà a dare via libera ai cementifici per l’uso dei rifiuti, si perderà ogni tipo di controllo sui flussi di rifiuti e sulle tecnologie di smaltimento. Inoltre si perderà totalmente il controllo sulle emissioni dai cementifici privi di sistemi di abbattimento adeguati e impossibilitati a prevenire la formazione ed il rilascio di sostanze inquinanti come diossine, furani e metalli pesanti. È probabile che il riciclaggio delle merci verrà penalizzato, ma non la produzione che anzi trarrà nuovi impulsi da questa situazione.
I gestori dei cementifici assicurano che i loro forni effettuano le operazioni di smaltimento in maniera più efficiente degli inceneritori di rifiuti pericolosi. Per esempio, sottolineano che i forni bruciano a temperature più elevate (una media di 1400 °C fino ad arrivare ad una temperatura max di 2000 °C) e che sono caratterizzati da un tempo di permanenza (=tempo durante il quale i rifiuti permangono nel forno) di almeno 5 secondi, rispetto ai 2 secondi dell’inceneritore.
Questo solo in teoria, infatti nel forno del cementificio la temperatura non è uniforme e può subire brusche variazioni. Inoltre, quando all’interno del forno il livello di CO (monossido di carbonio) aumenta, i precipitatori elettrostatici, che filtrano parte della polvere nei gas di scarico, devono essere disinseriti per prevenire un’esplosione ed il forno deve essere chiuso, circostanza che provoca una ulteriore brusca diminuzione della temperatura. L’aumento di CO chiamato “CO trip”, si verifica ogni due o tre giorni, sia che vengano bruciati rifiuti, che carbone o coke di petrolio e, in genere, è seguito dall’emissione in atmosfera di densi fumi non filtrati, carichi di gas incombusti, diossine, acidi e particolato pieno di metalli pesanti.
Per quanto riguarda l’efficienza dello smaltimento dei rifiuti pericolosi, degli RSU e RDF, la quantità di ossigeno e turbolenza nel forno riveste la stessa importanza della temperatura e del tempo di permanenza. Quando la quantità di ossigeno è adeguata, cioè in forte eccesso, si ha una combustione soddisfacente. Se, al contrario, l’ossigeno non è presente in quantità adeguata, il processo di combustione resta incompleto e quindi viene favorita la formazione di prodotti tossici, persistenti e bioaccumulabili come le diossine, idibenzofurani, i PIC (prodotti della combustione incompleta) o permette ai rifiuti pericolosi di “resistere” all’incenerimento. Gli inceneritori di rifiuti utilizzano da 4 a 7 volte più ossigeno di un forno per il cemento che, essendo progettato per produrre clinker, ha bisogno di meno ossigeno. Quindi,anche se la temperatura operativa di un forno può essere, in alcune parti di esso, superiore a quella di un inceneritore, la miscela aria/combustibile all’interno di un forno è inferiore, con la conseguenza che, come camera di combustione, risulta meno efficiente, non omogenea e perciò inadeguata. Quindi le Polveri, le diossine, i furani e i PCB, nocivi alla salute, vengono continuamente prodotti dalle reazioni chimiche assieme a grosse quantità di acido cloridrico, all’interno e poi al di sopra delle ciminiere degli impianti.
COSA GUADAGNA LA CITTADINANZA ?
Le sostanze volatilizzate dai camini dei cementifici creano pericolose ripercussioni sulla nostra  salute attraverso l’aria che respiriamo ma anche attraverso il cibo coltivato in zona e l’acqua piovana che ricarica la falda da cui beviamo, tutto ciò è provato da indagini epidemiologiche  recenti della  Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori, cui cito alcune frasi:” Il calcolo del Rischio Attribuibile ci dice che il 38% circa di tutti i ricoveri tra i bambini (quindi 105 su 274) potrebbero essere evitati se la concentrazione di NOx fosse non superiore a 110 μg/m³ in tutta l’area considerata”  e  “In termini di salute pubblica, dai Rischi Attribuibili calcolati si può inferire che quasi un quarto dei ricoveri tra gli adulti e più di un terzo dei ricoveri tra i bambini potrebbero essere risparmiati se le concentrazioni degli ossidi di azoto fossero abbattute” oltre a
“Gli ossidi di azoto e le polveri sottili (PM10 e PM2.5), infatti, sono direttamente correlabili con effetti sulla salute. Inoltre l’indagine sulla qualità dell’aria ha evidenziato una situazione particolarmente compromessa, con valori di concentrazione elevati, soprattutto nella campagna di misure invernale nella quale i valori limite per la protezione della salute umana vengono sistematicamente superati”.
QUALE SOLUZIONE PER LIMITARE IL DANNO DI ITALCEMENTI ?
Considerando che in Italia non esistono delle leggi valide per la tutela ambientale e direttive europee vengono interpretate e raggirate a favore di pochi noti(Basti pensare al contributo Cip6 per le rinnovabili tra i cui beneficiari c’è Ilva di Taranto e ogni sorta di impianto di Incenerimento), che quando imprese sforano con emissioni o si verificano l’aumento di inquinanti nell’ambiente in cui viviamo, i nostri governi alzano i suddetti valori, così nessuno si allarma e si può pubblicamente dire che i valori sono nella norma.
Quando due piccoli comuni, forse sbagliando accettano un ampliamento in cambio di oneri che danno la possibilità di sistemare i conti pubblici, sono inoltre consapevoli che la parola definitiva sta alla Regione Lombardia, che è l’emblema di un modello di corruzione istituzionalizzata e senza pari, forse lo fanno perché questo sistema istituzionale non dà scampo, salvo quando è la magistratura a trovare illeciti e a sequestrare industrie o siti che inquinano o risultano contaminati divenendo un pericolo per tutta la popolazione.
Per farci un idea la  stessa magistratura che ha sequestrato l’ilva ha poi dovuto fare i conti con il governo che con un decreto ad hok ha sdoganato i prodotti sequestrato rendendoli vendibili, ancor prima di trovare fondi per la bonifica e per il pagamento della mobilità agli operai, questo la dice lunga sul potere di queste multinazionali sui governi, tanto da farci dubitare che a governare siano loro insieme ai grossi gruppi finanziari che le sostengono e che il nostro parere da cittadini valga meno di niente.
Per quello che  è emerso dagli studi fino ad oggi è che un impianto di quel tipo andrebbe chiuso immediatamente, o obbligato come minimo a modificare i suoi filtri e ad utilizzare come combustibile convenzionale solo carbone che quantomeno non emette nanoparticelle di sostanze cancerogene oltre a quelle della produzione stessa, ma mai a rigor di logica andrebbe potenziato.
La cosa che rimane a noi cittadini è  acquisire i dati sulle quote di inquinamento, sul rilevamenti delle centraline, sull’incidenza delle malattie, sui ricoveri, sul numero di malformazioni e di aborti. Poi analizzarli correttamente e  diffonderli. L’informazione mediatica si sa è di parte, continuiamo a tenere alta la guardia, stanno facendo profitto sulla nostra salute.
http://www.bresciapoint.it/ambiente/item/rezzato-e-bugie-report-sul-percorso-che-ha-portato-all-ampliamento-del-cementificio-italcementi




ANALISI DELLE PROBLEMATICHE SOTTOSTANTI ALLA RICHIESTA DELLA “ITALCEMENTI S.p.a.” di Isola delle Femmine



Il Comitato Cittadino Isola Pulita  ritiene necessario iniziare la seguente esposizione con una considerazione di rilevanza fondamentale:

anteporre a qualsiasi ragionamento di carattere normativo, tecnico ed economico il principio costituito della tutela della salute dell’individuo che, com’è ben noto, non conosce ragioni superiori all’interno dell’ordinamento giuridico.

Con il presente parere, difatti, non si ha la pretesa di scovare soltanto elementi negativi che giustificherebbe un giudizio di diniego assoluto all’ampliamento  della cementerai quanto, piuttosto, di non far dimenticare, a tutti gli organi preposti alla realizzazione, gestione e controllo dell’opera auspicata, che tutte le norme, che disciplinano le attività in gioco, sono subordinate ad una ratio di natura indefettibile, e vale a dire :  la tutela della salute sia del singolo sia dell’ambiente in cui egli svolge la sua esistenza.

Se ne ricava che la violazione delle norme che presiedono e che regolano la possibilità di esercitare questo tipo di produzione industriale, pregiudicherebbe interessi di carattere talmente primari che, qualunque risarcimento futuro, non restituirebbe in alcun modo il mal tolto.

Premesso quanto sopra, ecco i punti che s’intende analizzare con lo spirito non dell’esperto in materia quanto del cittadino preoccupato e desideroso che tutto sia conforme al giusto e per conseguenza alle normative giuridiche legali.

  1. Riferimenti normativi posti a tutela della salute
  2. Aspetti relativi all’impatto ambientale e necessità di un progetto definitivo per una completa valutazione
  3. Connessione con le specifiche normative d’urbanizzazione del Comune di Isola delle Femmine
  4. Considerazioni conclusive 

PUNTO 1

Chiaramente l’analisi riguarda le disposizioni strettamente riferibili alle attività produttive nel cui ambito rientra la Italcementi S.pa.

In tale direzione occorre partire dal T.U.LL.SS. (Testo unico delle leggi sanitarie) risalente al 1934, tutt’oggi in vigore ed al Regolamento generale sanitario del 1901, dal cui combinato disposto dagli articoli 216 e 101_105, richiamati e confermati dal D.M. della Sanità del 5 settembre 1994, è dato ricavare l’elenco ancora oggi vigente delle “industrie insalubri”.

Recita l’art 216 del T.U.LL.SS.:
“le manifatture o fabbriche che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che possono riuscire in oltre modo pericolose alla salute degli abitanti sono indicate in un elenco diviso in due classi;
la prima comprende quelle che debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontano dalle abitazioni;
la seconda quelle che esigono speciali cautele per l’incolumità del vicinato…”

In omaggio alle disposizioni normative sopra citate si evidenzia che rientrano nella prima classe (parte 1°, lettera B n 33) le industrie che producono cementi.

Si faccia bene attenzione: l’elenco di cui si discute, che classifica le industrie insalubri, è tassativo e non è suscettibile di ampliamenti o riduzioni ad opera di alcun soggetto giuridico, ad eccezione, ovviamente, del medesimo organo ministeriale che lo ha stilato, in tal senso si è espressa tutta la giurisprudenza, sia di legittimità (per tutte: 6216/1994) sia amministrativa ( per tutte: TAR 1981/2999, 1987/1476).

E’ stato addirittura affermato IL PRINCIPIO PER CUI TALI ELENCHI, NON SOLTANTO NON POSSONO ESSERE DISATTESI DAI COMUNI MA, anche, che le PRESCRIZIONI contenute in seno ad essi devono trovare applicazione nei confronti delle industrie già esistenti all’atto dell’emanazione del Decreto Ministeriale.

Dall’anzidetto ne discende come logico ed obbligato corollario:

“che la Italcementi, siccome industria che produce cemento, e quindi vapori, gas ed altre esalazioni, deve essere considerata in virtù della normativa sopra richiamata, di tipo insalubre, con la giuridica conseguenza che in nessun caso potrebbe e dovrebbe allocarsi nelle vicinanze di centri abitati, data la notevole potenzialità della medesima a causare eventi dannosi irreparabili per la salute degli abitanti;
disattendendo il suddetto ci si trova, e ciò si può affermare con molta schiettezza, contro legge:
specificamente contro l’art 216 del T.U.LL.SS., gli art 101 e seguenti del Regolamento sanitario e i Decreti Ministeriali che nel tempo sono entrati in vigore, i quali ad oggi hanno sostanzialmente ricalcato le definizioni di cui sopra esposto”

Un’ultima annotazione che chiude l’analisi del 1° punto attiene all’impossibilità, nel caso tale obiezione volesse essere avanzata, di potere ridimensionare le caratteristiche di tali industrie definite “di tipo insalubre” con dei semplici o complessi che siano adeguatamente finalizzati ad eliminare i pericoli di tali attività produttive.

In altri termini qualunque cautela venga realizzata potrà solo apparentemente ridurre i rischi, in quanto basterebbe soltanto un danno, un malfunzionamento temporale della produzione, ed ecco che riaffiorerebbe il pregiudizio per gli abitanti.

Alla luce delle considerazioni che precedono ci si chiede come mai un’industria di tal specie si trova a stretto contatto con scuole, alberghi, abitazioni civili, locali pubblici, impianti sportivi e dulcis in fundo, guardia medica! ?

Senza dimenticare che l’ente comunale di Isola ha continuato nel tempo (quasi sino ad esaurimento di terreno disponibile), come se nulla fosse, a rilasciare concessioni edilizie e piani di lottizzazione per strutture da edificare a meno di 50 metri dalla citata industria.

Perché, infine, se un singolo individuo decide di costruire deve sottostare a tutta una serie di vincoli, dato che tutta la zona ove si trova la Cementeria è vincolata dal 1964 dalla Soprintendenza dei Beni Ambientali e Paesaggistici della regione Siciliana, mentre la predetta industria potrebbe, in disprezzo dei suddetti vincoli, addirittura realizzare l’ipotetica torre “eiffel isolana

PUNTO 2

Pur considerando la superiore motivazione di carattere primario non ci si può sottrarre dall’analizzare gli effetti che un eventuale ampliamento di siffatta misura avrebbe nei confronti dell’ambiente circostante.

E’ noto che la valutazione dell’impatto ambientale di un’opera altro non ha che il preciso fine di verificare il complessivo impatto di un progetto sul sistema ambientale;
chiaramente non si pretende, anche se esso costituisce il nostro auspicio, di avere in riferimento al progetto (che peraltro non esiste in nessun atto) un impatto ambientale “zero” ma, quanto meno, delle percentuali minime che in comparazione con le esigenze soddisfino, senza deturparlo, l’ambiente.

Per questa ragione la normativa prevede che lo studio di impatto, prospettato a cura del proponente e, quindi, della Italcementi (nel nostro caso specifico) prenda in esame TUTTI gli elementi utili al suo inquadramento all’interno del territorio che la circonda ( sia in termini di previsioni programmatiche che in termini di relazioni con le diverse componenti ambientali).

Per ottenere ciò occorre che lo studio sull’impatto ambientale sia, ai sensi dell’art 2 del DPCM 27/12/1988, corredato dai seguenti quadri di riferimento:
1) quadro di riferimento programmatico che, ex art 3 del suddetto  D.P.C.M., deve obbligatoriamente comprendere:
a) la descrizione del progetto in relazione agli stati di attuazione degli strumenti pianificatori, di settore e territoriali, nell’ambito quali viene inquadrato il progetto stesso;
b)la descrizione dei rapporti di coerenza del progetto con gli obiettivi perseguiti dagli strumenti pianificatori, evidenziando, con riguardo all’area interessata:
  • le eventuali modificazioni intervenute in corrispondenza alle ipotesi di sviluppo assunte a base delle pianificazioni;
  • l’indicazione degli interventi connessi, complementari o a servizio rispetto a quello proposto, con le eventuali previsioni di realizzazione;
c) l’indicazione dei tempi d’attuazione dell’intervento e delle eventuali infrastrutture a servizio e      complementari;
d) la descrizione dell’attualità del progetto e la motivazione dell’eventuali modifiche apportate dopo la sua originaria concezione;
e) le eventuali disarmonie di previsioni contenute in distinti strumenti programmatori quadro di riferimento progettuale che, ex art 4, della citata disposizione, dovrebbe constare di due distinte  parti trattanti i seguenti aspetti:

nella prima parte:

·  si precisano le caratteristiche dell’opera progettata, con particolare riferimento a:
-   la natura dei beni e/o servizi offerti;
-  il grado di copertura della domanda ed i suoi livelli di soddisfacimento  in funzione delle diverse ipotesi progettuali esaminate, ciò anche con riferimento all’ipotesi di assenza     dell’intervento;
- la prevedibile evoluzione qualitativa e quantitativa del rapporto domanda-offerta riferita alla presumibile vita tecnica ed economica dell’intervento;
-   l’articolazione delle attività necessarie alla realizzazione dell’opera in fase di cantiere e di quelle che ne caratterizzano l’esercizio;
-  i criteri che hanno guidato le scelte del progettista in relazione alle previsioni delle trasformazioni territoriali di breve e di lungo periodo conseguenti alla localizzazione dell’intervento, delle infrastrutture di servizio e dell’eventuale indotto;

nella prima seconda parte si descrivono:

-  le caratteristiche tecniche e fisiche del progetto e le aree occupate durante le fasi di costruzione e di esercizio;
-   l’insieme dei condizionamenti e vincoli di cui si è dovuto tenere conto nella redazione del progetto e in particolare:
-   le norme tecniche che regolano la realizzazione dell’opera;
-   le norme e le prescrizioni di strumenti urbanistici, i piani paesistici e territoriali e piani di settore;
-  i vincoli paesaggistici, naturalistici, architettonici, archeologici, storico-culturali, demaniali ed idrogeologici, servitù ed  altre limitazioni alla proprietà;
-  i condizionamenti indotti dalla natura e vocazione dei luoghi e da particolari esigenze di tutela ambientale,
-  le motivazioni tecniche della scelta progettuale e delle principali alternative prese in esame, opportunamente descritte, con particolare riferimento a:
a)      le scelte di processo per gli impianti industriali, per la produzione di energia elettrica e per lo smaltimento di rifiuti;
b)      le condizioni di utilizzazione delle risorse naturali e di materie prime direttamente ed indirettamente utilizzate o interessate nelle diverse fasi di realizzazione del progetto e di esercizio dell’opera;
c)       le quantità e le caratteristiche degli scarichi idrici, dei rifiuti, delle emissioni in atmosfera, con riferimento alle diverse fasi di attuazione del progetto e di esercizio dell’opera;
d)      le necessità progettuali di livello esecutivo e le esigenze gestionali imposte o da ritenersi necessarie a seguito dell’analisi ambientale;
e)      le eventuali misure non strettamente riferibili al progetto o provvedi menti di carattere gestionale che si ritiene opportuno adottare per contenere gli impatti sia nel corso della fase di costruzione che di esercizio;
f) gli interventi di ottimizzazione dell’inserimento nel territorio e nell’ambiente;
g) gli interventi tesi a riequilibrare eventuali scompensi indotti sull’ambiente, quadro di riferimento ambientale da suddividere in due sezioni distinte:
             2)  quadro ambientale: finalizzato alla descrizione delle componenti ambientali del sito interessato      dagli impianti (corrispondente a quanto indicato nel comma 2 dell’art 5 del DPCM);
a) stima degli impatti: finalizzato alla individuazione e caratterizzazione degli impatti generati dagli impianti (corrispondente a quanto indicato nel comma 3 dell’art 5 del DPCM);

il quadro di riferimento ambientale deve quindi:
b)       definire l’ambito territoriale – inteso come sito ed area vasta – e i sistemi ambientali interessati dal progetto, sia direttamente che indirettamente, entro cui è da presumere che possono manifestarsi  effetti significativi sulla qualità degli stessi;
c) individuare le aree, le componenti ed  i fattori ambientali e le relazioni tra essi esistenti, che manifestano un carattere di eventuali criticità, al fin di evidenziare gli approfondimenti di indagine necessari al caso specifico;
d) documentare gli usi plurimi previsti dalle risorse, la pluralità negli usi delle medesime e gli ulteriori usi potenziali coinvolti dalla realizzazione del progetto;
e) documentare i livelli di qualità preesistenti all’intervento per ciascuna componente ambientale interessata e gli eventuali fenomeni di degrado delle risorse in atto.

L’analisi di cui sopra deve essere effettuata con riferimento alle componenti ed ai fattori ambientali di cui agli allegati I e II del DPCM.

Secondo quanto previsto dal DPCM 27 dicembre 1988 (art 5 comma 3), per la stima degli impatti, in relazione alle peculiarità dell’ambiente interessato così come definite a seguito delle analisi di cui al comma 2 dell’art 5 del DPCM, si deve:
- stimare qualitativamente e quantitativamente gli impatti indotti dall’opera sul sistema ambientale, nonché le interazioni degli impatti con le diverse componenti ed i fattori ambientali, anche in relazione ai rapporti esistenti tra essi;
- descrivere le modificazioni delle condizioni d’uso e della fruizione potenziale del territorio, in rapporto alla situazione preesistente;
-  descrivere la prevedibile evoluzione, a seguito dell’intervento, delle componenti e dei fattori ambientali, delle relative interazioni e del sistema ambientale complessivo;
-   descrivere e stimare la modifica, sia nel breve che nel lungo periodo, dei livelli di qualità preesistenti, in relazione agli approfondimenti di cui al presente articolo;
-  definire gli strumenti di gestione e di controllo e, ove necessario, le reti di monitoraggio ambientale, documentando la localizzazione dei punti di misura e i parametri ritenuti opportuni;
- illustrare i sistemi di intervento nell’ipotesi di manifestarsi di emergenze particolari.       
         La successiva valutazione condotta dalle Autorità competenti (in questo caso la Regione              Sicilia), è espressa tenendo conto della:
a)      necessità dell’impianto;
b)      motivazione delle scelte localizzative;
c)       motivazioni, criteri, condizionamenti e vincoli che hanno guidato la scelta progettuale.    

Lo studio d’impatto ambientale, per come ampliamente evidenziato, è un fondamentale supporto finalizzato alla scelta, tra tutte le possibili alternative, dell’ipotesi migliore ma, per poter esprimere un parere sugli interventi proposti, è assolutamente indispensabile disporre di un progetto definitivo e conoscere i criteri che hanno condotto il proponente a scegliere l’alternativa progettuale sottoposta a procedura di V.I.A.

Nel nostro caso specifico non  risulta che  la Italcementi abbia formalizzato, depositandolo nelle opportune sedi, un progetto definitivo dell’opera di ampliamento.

E poiché disporre dell’adeguata documentazione progettuale è requisito indefettibile per poter valutare in concreto tutti gli aspetti che non possono non essere oggetto di considerazioni nell’iter dell’istruttoria del procedimento volto a raggiungere un provvedimento definitivo ( di accoglimento o di diniego), se ne può concludere che, sin quando non saremo in possesso di tale documentazione, né noi del comitato né alcun organo con mansioni di decisione potrà esprimere una reale valutazione sull’argomento in questione.

Tutto ciò perché uno studio sull’impatto ambientale di qualsiasi opera, ancor più se trattasi di una industria di siffatte abnormi caratteristiche, deve fondarsi sull’analisi dettagliata di progetti definitivi (e non mere proposte), che permettano di considerare le fasi di costruzione, l’esercizio e la dismissione dell’impianto, deve altresì contenere informazioni esaustive sul tipo e sulla provenienza delle materie prime e dei combustibili impiegati nel processo, sulle emissioni, scarichi e rifiuti nelle diverse fasi di realizzazione e di esercizio dell’opera ed infine sulle eventuali misure di mitigazione.

Come è agevole desumere dal complesso delle considerazioni di fatto e di diritto che precedono si potrà concludere questo secondo punto in esame affermando che fin quando la Italcementi non dimostrerà, attraverso la presentazione di un concreto progetto, che contenga e spieghi tutti i requisiti testè descritti, né noi come comitato Isola Pulita né tanto meno  gli organi amministrativi competenti saranno in grado di valutare la effettiva incidenza di tale ampliamento rispetto all’ambiente circostante.

Punto 3 :

Occorre permettere, come criterio generale, che il livello di accettabilità di un progetto dipende sempre dalla sua rispondenza agli obiettivi di tutela e di riequilibrio perseguiti dagli strumenti di governo del territorio;
parziale difformità rispetto a tali previsioni, per essere accettabili, devono essere motivate da esigenze tecniche ed imprescindibili ed adeguatamente compensate da interventi moderativi studiati ad hoc;
tali interventi devono essere realizzati contestualmente all’avvio dell’attività di cantiere.

Ci si chiede se l’ipotesi di ampliamento dell’impianto prevista nell’area immediatamente accanto a dove si trova quello attuale sia oppure non in conformità od in contrasto con le norme del P.R.G. doi Isola delle Femmine e con gli indirizzi della pianificazione del territorio.

A cura del Comitato Cittadino Isola Pulita di Isola delle Femmine




Inquinamento, paghiamo 2 volte - QdS.it

Nessun commento:

Posta un commento